Monthly Archives: novembre 2012

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Cosa bolle in pentola?

ATTO PRIMO

“Quando sogni da solo è solo un sogno. Quando sogniamo insieme è l’inizio della realtà”
(canto brasiliano).

Mi preparo ad andare a letto.
In bocca il sapore amaro dell’ultimo TG. La crisi economica, la crisi politica: la società in crisi. Mi sento sotto pelle il senso di vuoto. Anzi, la mancanza di senso.
Precarietà, sfiducia diffusa, insicurezza.
La dimensione sociale della crisi contagia la dimensione personale.
Ho bisogno di innamorarmi di un’idea. Ho bisogno di fare qualcosa.
Mi laverò i denti per togliermi il sapore amaro di bocca.
Al solito perdo il controllo del tubetto; 2 cm. di dentifricio sullo spazzolino!
Mi chiedo come faccia Lidia ogni mattina con la sua protesi al braccio.
Perché non gliel’ho mai chiesto?
Sdraiata sul letto con gli occhi spalancati conto i pensieri come fossero pecore.


ATTO SECONDO

“Se lo puoi sognare lo puoi anche fare” (Walt Disney)

Ingrediente n. 1
Massimo Banzi,  dedica il nome della “sua” creatura a un bar di Ivrea più che al celebre re. Arduino è una piattaforma “open” di prototipazione elettronica basata su hardware e software flessibili e facili da usare. Nell’epoca che si appresta a venire, quella dell’ “Internet delle cose”, Arduino promette di giocare un ruolo importante, poiché creare “oggetti interattivi” con Arduino è relativamente semplice oltre che “open”.
A Firenze, i fratelli Cantini con il nonno artigiano, il papà idraulico e i cugini Chiara, Paolo e Leonardo hanno aperto una delle aziende di famiglia più innovative degli ultimi anni. Producono stampanti 3D. Con Arduino. Lo stesso hanno fatto i ragazzi Newyorkesi di MakerBot. La stampa 3D è ora alla portata di tutti e permette di avere una riproduzione reale di qualsiasi modello 3D.
Come realizzare un modello 3D? Esistono in rete software, condivisi e gratuiti, che consentono di progettare quello che si desidera: un portachiavi o un joystick per un ragazzo con problemi motori.
Non ci sono solo le stampanti. Grazie ad Arduino sono nate “macchine” che consentono la produzione di oggetti. Stiamo parlando di frese, macchine da taglio, macchine da cucire che consentono una produzione più semplice…
Intorno ad Arduino, alle macchine e ai software sono nate singole comunità di conoscenza, in cui è possibile scambiare opinioni e strategie sulle progettazioni.
Sono in definitiva comunità di autoapprendimento a cui partecipano i giovani (l’idea) e gli anzianotti della materia (il saper fare).

Ingrediente n. 2
Il Techshop è un luogo di condivisione del lavoro: frese e torni, stazioni di saldatura e taglio dei metalli, trapani e seghe a nastro, utensili a mano, impianti di fabbricazione, taglio laser, tubi di metallo e macchine piegatrici, stampanti 3D.
Basta associarsi e acquistare un pacchetto ore di utilizzo degli strumenti e delle postazioni. Un esempio di coworking in cui si ha accesso a tutti gli strumenti necessari (comprensivo di assicurazione) per realizzare i propri progetti.
Nella Tool Lending di Berkeley, sezione della biblioteca locale, è attivo un servizio che permette di prendere in prestito strumenti, attrezzature, manuali o materiali didattici sul “fai da te” gratuitamente.
Il FabLab è uno spazio in cui tutti posso (co)progettare e realizzare i loro oggetti, esattamente come li vogliono. Ci sono degli strumenti e soprattutto ci sono persone e idee. E’ un luogo di cultura condivisa e di autoapprendimento gratuito. Sperimentare, divertirsi e non aver paura di osare!

Ingrediente n.3
Trade School è una realtà che crea corsi autorganizzati basati sul baratto. Il progetto nasce a New York da un gruppo di ragazzi e ragazze che ha deciso di intraprendere questa strada nel 2010. Il progetto pilota è partito con una raccolta fondi attraverso Kickstarter. L’obiettivo è la condivisione del sapere e del “saper fare”: trasmettere conoscenze e maturare competenze. Questa è la frase con cui si presenta la Trade School di Milano, un’esperienza della Trade School partita nel maggio 2011.
Nel 1998 Andrea Segrè conduce una ricerca all’interno della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna. Il progetto quantifica gli sprechi alimentari e ne promuove il “riutilizzo”. Nel 2000 nasce il last minute market, il sistema di riuso di beni invenduti dalla GDO. Oggi LMM opera anche con prodotti non alimentari.

 

ATTO TERZO

“La solita zuppa?” (Anna – 7 anni)

Prendete i tre ingredienti presentati e impastateli.
Unite il virtuosismo dell’open source, aggiungete una cucchiaiata di ridistribuzione e riuso di saperi e oggetti, mescolate il tutto con il processo di democratizzazione della produzione e infine spolverate un bel po’ di proprietà condivisa di conoscenza e cose.

Questa è la ricetta.
Vogliamo un luogo che cittadini e cittadine di ogni età possano “frequentare” per produrre e progettare. Stiamo parlando di un luogo che è un po’ un laboratorio, un po’ un’officina, un po’ una biblioteca di utensili e strumenti, un po’ una scuola. Sicuramente un luogo di ideazione e socializzazione.
Un luogo del “fare” in cui strumenti innovativi e attrezzi tradizionali convivono. Un luogo di “formazione” in cui nuove competenze e remoti saperi si fondono. Un luogo di “ricerca” in cui potenziali idee e consolidate funzioni si contagiano.
Uno spazio in cui ciascuno diventa portatore/ricettore di sapere, di bisogni e di lavoro.

Cosa c’è di nuovo in questo?

IL PROCESSO – Si torna all’arte del “fare” che si alimenta grazie a ciò che si “tramanda”. La condivisione è alla base dei processi di innovazione. Nasceranno “nuove idee” perché si metteranno insieme l’intelligenza funzionale (es. la casalinga), il sapere pratico (es. l’artigiano), il gusto estetico (es. la designer), la sensibilità sociale (es. l’assistente sociale), le competenze tecnologiche (es. gli studenti), l’arte (es. il compositore) ecc. La “formazione” così intesa è il cuore del processo. Inoltre chiunque potrà produrre o costruire un bene. Cambia il processo di ideazione e il modello di produzione, impattando sulla filiera.

IL PRODOTTO – E’ un bene altamente individualizzato, perfetto per rispondere a persone con specifici bisogni. E’ una risposta efficace per il benessere collettivo e individuale (produzione di oggetti unici per migliorare la vita di persone disabili e anziani e chiunque abbia una non autosufficienza temporanea ma anche produzione di orecchini). Il prodotto è costruito collettivamente per rispondere -anche- a un bisogno specifico. Come nei  “concorsi di idee”, aperti a tutti per costruire prodotti che migliorano il benessere. Immaginiamo a titolo di esempio un “concorso di idee” per la disabilità, per l’infanzia, per i lavori domestici, ecc. Condividere i problemi dei singoli, farsene carico e cercare insieme soluzioni è uno strumento per costruire coesione, empatia (oltre che per diminuire il digital divide di genere ed età).

IL RISULTATO – Le ricadute che vediamo hanno un forte impatto economico e sociale. Dal punto di vista economico creano occupazione (quella della produzione singola in 3D e della commercializzazione via web, sono ormai modelli consolidati e in sviluppo, ma è un modello che serve anche agli artigiani per ripensare il proprio operato e per i giovani per formarsi ad una nuova professione) e incentivano il risparmio (autoproduzione, affitto vs acquisto). Dal punto di vista sociale modificano gli stili di vita e le prassi di relazione (riscoperta della socialità, scambio tra generazioni, rafforzamento della reciprocità ed empatia). Infine c’è una ricaduta culturale: la condivisione in fase di progettazione, la promozione della cultura dello scambio, la contrapposizione al consumismo (il riciclo e la riparazione), la sensibilità ecologica. Non da ultimo questo modello ha anche un impatto positivo sugli individui: favorisce l’empowerment (tutti sono portatori di saperi) e il benessere (produco/modifico/aggiusto ciò che mi serve… e spendo meno).

Ecco un progetto con grande impatto sulla coesione territoriale, sui modelli di condivisione di spazi, strumenti, cose e saperi e per il riutilizzo e la valorizzazione attraverso la ridistribuzione.
Ora l’impasto deve lievitare. Ci vuole calore.

 

ATTO QUARTO

“Usa l’imbuto quando travasi l’acetone da una bottiglia grande a una più piccola”
(Kary Mullis)

I modelli di riferimento sono crollati: il modello economico, sociale e politico. In questa “modernità liquida”, fatta di cambiamenti, incertezze, discontinuità gli individui e le relazioni tra individui si stanno trasformando.

Come sto? Sto male
L’individuo è minato nella sua autostima. Siamo quello che facciamo e sappiamo fare sempre meno.

Come mi sento con gli altri? Solo
L’accettazione è ancora legata ai consumi, passa cioè da ciò che si ha e non da ciò che si è.

Come mi relaziono con gli altri? Passo le sere a chattare o a guardare la Tv. Non esco mai.
Le nuove appartenenze, il nuovo senso di comunità avvicina il lontano e allontana il vicino.

Di cosa abbiamo bisogno? Di innamorarci ancora
La carenza di ascolto, di fiducia e di condivisione ci impedisce di amare e vivere un’idea o una persona…

Riprendere la propria vita in mano imparando a costruire e a fare quello per cui solitamente paghiamo. Il senso è nell’acquisizione, anzi nella riappropriazione delle competenze della comunità.
Saper fare con le proprie mani, costruire qualcosa. Il vedere quello che abbiamo fatto. Queste sono spinte emotive forti per ricominciare in un momento come questo.
Costruire e aprire un luogo come questo che vi abbiamo descritto è un’impresa. Non un’impresa titanica. Un’impresa sociale, un nodo di un network in cui è l’intelligenza e il fare collettivo a contare più della somma dei singoli che vi partecipano.
Intravediamo una funzione “politica” e “pubblica” di questo progetto e riteniamo che debba essere implementato attraverso soggetti sensibili ai temi sociali, culturali oltre che economici, capaci di vederne le potenzialità per un benessere condiviso.

Noi ci stiamo lavorando…


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