Social Impact Bond made in Italy

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Social Impact Bond made in Italy

Il social impact bond -Pay For Success Bond (PBR)- non è proprio una novità. Ne abbiamo già parlato in altre occasioni visto che negli ultimi anni è stato adottato e usato con successo in diversi paesi americani ed europei, in Italia, tuttavia, il primo esperimento sta per partire solo ora (anche se da circa due anni si lavora allo studio di fattibilità).
A far da apripista un progetto nazionale promosso da Fondazione Sviluppo e Crescita CRT e Human Foundation con la cooperazione del Ministero della Giustizia che partirà con una prima sperimentazione a Torino, nella Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno”, il grande carcere alla periferia del capoluogo piemontese già noto per aver istituito il modello anglosassone dei “peer supporter”.

Date le caratteristiche del nostro Paese il progetto pilota di Torino sarà un’esperienza significativa non solo per l’Italia, ma per l’Europa intera, perché apre a una sinergia pubblico-privato innovativa ed estendibile ad altri campi del welfare. Forti di una cultura consolidata che punta a interventi sistemici e a partenariati multistakeholder, Il progetto si pone come obiettivo l’autonomia della persona attraverso percorsi individualizzati che coinvolgono diversi aspetti della persona: il lavoro, le relazioni con la famiglia, il bisogno abitativo. Tutte aree che concorrono al reinserimento sociale (obiettivo del sistema giudiziario italiano, si sa, non è quello punitivo, bensì quello riabilitativo, così come già teorizzato più di 200 anni fa dall’illuminista Cesare Beccaria).

Come funzionerà il modello? Saranno diversi gli attori coinvolti: l’amministrazione pubblica, i beneficiari, chi eroga il servizio (in genere cooperative), gli investitori sociali, l’intermediario che emette il bond e raccoglie il capitale e un valutatore esterno. In genere gli investitori sociali sono vicini alla venture filantropy, quindi investono con l’aspettativa di un rendimento minimo dell’investimento. Ex ante il modello prevede un target di successo con un massimale di remunerazione e diversi target intermedi. Una volta che il progetto sarà giunto al termine un soggetto valutatore terzo certificherà il raggiungimento degli obiettivi. In base all’esito lo Stato a fronte del risparmio conseguito (si calcola che un detenuto costi circa 130 euro al giorno) remunera gli investitori.
Qualora la sperimentazione del primo Social Impact Bond a livello nazionale dia i suoi frutti sarà facile esportare il modello ad altri campi d’azione dove poter unire sforzo privato e pubblico per il benessere dei cittadini, in primis la dispersione scolastica.

E se da una parte applaudiamo l’avvio di questa iniziativa, dall’altra manteniamo alte le antenne su un’altra iniziativa italiana che da un po’ stiamo monitorando sempre nell’ambito della detenzione.

Parliamo del carcere di Bolzano. La costruzione di un nuovo carcere è sempre un evento grave, in questo caso, però, assume un significato ben più profondo. A Bolzano infatti si sta costruendo il primo penitenziario privato in Italia. La privatizzazione delle carceri è un fenomeno oramai diffuso su tutti i continenti. Si è scritto e indagato tanto sulle sue origini, la sua storia e sui mostruosi effetti che si verificano nei contesti in cui si sviluppa. Negli Stati Uniti esistono compagnie che fanno della detenzione in carcere un business. Sono i giganti delle carceri private, coinvolti in un giro di affari che porta nelle loro casse fino a 162 milioni di dollari all’anno.
Il timore è che il carcere di Bolzano sia il precedente che spianerà la strada ad una privatizzazione più ampia del sistema carcerario italiano con le conseguenze e gli effetti che tutti conosciamo. Ma non solo.
In questo articolo, che vi invitiamo a leggere, si può chiaramente leggere come il processo in atto sia un forte segnale che evidenzia un movimento più ampio dove gravitano fattori e dinamiche ben più preoccupanti.

Per approfondimenti:
http://nova.ilsole24ore.com/progetti/il-primo-social-impact-bond-per-le-carceri-italiane/
http://www.carceretorino.it/lavoro/lavoro-nel-carcere
http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/bolzano-primo-caso-di-project-financing-riferito-alledilizia-carceraria
https://hurriya.noblogs.org/post/2016/09/21/italia-uno-sguardo-sulla-privatizzazione-delle-carceri/


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Camerieri della vita

Un evento imperdibile, una serata unica in un nuovo “teatro-ristorante”, aperto per tutti coloro che desiderino appagare il palato e rinfrancar lo spirito.

All’interno di Teatro In-Stabile (II Casa di Reclusione di Milano-Bollate) in uno spazio elegante ed esclusivo, gli attori camerieri – detenuti e non – serviranno un menù completo dall’antipasto al dolce, insaporendo le vivande di un frammento delle loro vite.

La cena, curata da un catering altamente qualificato, sarà arricchita e ravvivata da momenti teatrali e musicali, dispersi tra una portata e l’altra, capaci di proiettare lo spettatore dentro un Cabaret senza tempo, animato da un pianista stralunato, da una cantante dall’ugola d’oro e dai “Camerieri della Vita”, allegri e pasticcioni, malinconici e raffinati, che danzando e sorridendo si prenderanno cura dei loro commensali, giocando ironicamente sulla differenza tra chi serve la vita e chi dalla vita è servito.

Provare a superare le grate del carcere per sedersi a tavola insieme ai detenuti consentirà allo spettatore di vivere un’esperienza eccezionale, e allo stesso tempo di sentirsi parte attiva in quel processo di inclusione e integrazione, necessario, forse indispensabile, per poter finalmente abitare una società più sana e sicura.

 

Camerieri della vita
cena con intrattenimento teatrale
a cura della Cooperativa Sociale Estia

Prossime date:
giovedì 24 ottobre
venerdì 25 ottobre

Luogo:
Teatro In-Stabile
c/o II Casa di Reclusione di Milano-Bollate,
Via Cristina di Belgioioso 120 – Milano

Costo: 40 € a persona

Prenotazione obbligatoria:
Form online all’indirizzo: http://www.cooperativaestia.org/schede/prenotazione-spettacolo

Per info:
www.cooperativaestia.org
estiacultura@cooperativaestia.org
Mobile: 331.5672144
Tel. e Fax: 02.23168216


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Cesare deve morire

Dal 2 marzo esce nelle sale il nuovo film di Paolo e Vittorio Taviani.

Girato nella sezione Alta Sicurezza del carcere romano di Rebibbia il lavoro dei due cineasti toscani racconta la vita di un gruppo di detenuti,  impegnati nelle prove dell’allestimento teatrale del Giulio Cesare di William Shakespeare. In concorso al 62esimo Festival Internazionale del Cinema di Berlino.

Dall’intervista rilasciata a Francesca Fiorentino di Movieplayer.it (leggi l’intervista ):

Come siete entrati in contatto con loro?
Per caso, un elemento importante nella vita. Una nostra amica ci aveva detto che a Roma c’era un teatro in cui ancora ci si riusciva a commuovere e spinti dalla curiosità e dalla volontà di emozionarci ci ha portati in questo luogo e abbiamo conosciuto i detenuti del reparto di massima sicurezza. Massima sicurezza vuol dire che in questa sezione erano rinchiusi condannati per mafia, camorra, ‘ndrangheta. Li abbiamo visti mentre recitavano Dante e raccontavano l’inferno dal loro inferno, identificandosi coi personaggi. Attraverso Paolo e Francesca parlavano insomma dei loro amori impossibili. A contatto con quella realtà abbiamo scoperto una materia umana dolorosa. Tutti sappiamo cos’è il carcere, ma ciò che non immaginiamo è che si possa creare con i detenuti un rapporto di affetto, magari lavorando assieme e diventando loro complici. Anche i nostri familiari ed amici si dicevano stupiti da questa cosa, perché quando tornavamo a casa parlavamo di ognuno di loro con vero affetto. Ci rimproveravano perché sostenevano che avessero fatto male ad altre persone e che questa cosa non potesse essere dimenticata. Credo che il destino degli uomini sia misterioso e complesso e spero che questo film aiuti a comprendere meglio la realtà del carcere.

Uno dei momenti più sorprendenti del film è quello in cui si vedono i provini dei detenuti, chiamati a dire il loro nome e indirizzo in due modi diversi, prima commossi e poi arrabbiati. Ci raccontate cosa è successo nella realtà?
Paolo Taviani: l’incontro è stato favorito da Fabio Cavalli che da anni ormai sta dedicando parte della sua vita a fare teatro in carcere. Ci ha messo in contatto con ex detenuti e con persone attualmente rinchiuse in carcere e poi abbiamo fatto le nostre scelte. Per venire alla domanda vera e propria, noi abbiamo sempre usato il metodo del nome, cognome, indirizzo, per fare i provini ai nostri attori e abbiamo agito nella stessa maniera anche in questo caso. Alla fine sono emersi tanti aspetti della natura di queste persone. Nonostante gli dicessimo che non importava se dicessero il vero nome e il vero indirizzo, che potevano anche inventare tutto, ognuno di loro ha detto l’esatta verità. Erano felici perché sapevano che quello che stavano dicendo lo avrebbero visto in tanti. E’ come se gridassero al mondo ‘guardate che noi siamo qui, ricordatevi il nostro nome’ e la cosa ci ha molto commosso. Molti di loro, poi, recitavano benissimo, ma in maniera diversa dal ‘benissimo’ del grande attore. Salvatore-Bruto dice davvero con sofferenza che ha ucciso Cesare, dietro alle sue parole c’era un dolore che gli attori, anche i più bravi, non hanno. E’ stata un’emozione giorno dopo giorno.

Salvatore, tu hai scontato la tua condanna e ormai sei un attore a tempo pieno, puoi raccontarci la tua esperienza sul set?
Salvatore Striano: è stato difficile tornare ad abituarmi a quel luogo in cui sono stato rinchiuso per 8 anni, ma quando Fabio mi ha detto che mi volevano i Taviani non ci ho pensato su due volte. Credo che ogni attore sogni di essere ripreso mentre fa le prove di uno spettacolo teatrale. E poi continua a sorprendermi la modernità di Shakespeare. La cosa bella di questa esperienza è che ognuno dei protagonisti ha fatto i conti con le proprie colpe, quasi chiedendo perdono attraverso l’arte, in un luogo come il carcere che ti ferma sì, ma ti spinge anche a ripartire. Non smetterò mai di essere riconoscente ai Taviani per l’opportunità che mi hanno dato.

 

CESARE DEVE MORIRE
Un film di Paolo e Vittorio Taviani

Dal 2 marzo 2012 al cinema

SINOSSI
Teatro del carcere di Rebibbia. La rappresentazione di Giulio Cesare di Shakespeare ha fine fra gli applausi. Le luci si abbassano sugli attori tornati carcerati. Vengono scortati e chiusi nelle loro celle.
Sei mesi rima: Il direttore del carcere e il regista teatrale interno spiegano ai detenuti il nuovo progetto: Giulio Cesare.
Prima tappa: i provini.
Seconda tappa l’incontro col testo. Il linguaggio universale di Shakespeare aiuta i detenuti-attori a immedesimarsi nei personaggi.
Il percorso è lungo: ansie, speranze, gioco. Sono i sentimenti che li accompagnano nelle loro notti in cella, dopo un giorno di prove.
Ma chi è Giovanni che interpreta Cesare? Chi è Salvatore – Bruto? Per quale colpa sono stati condannati? Il film non lo nasconde.
Lo stupore e l’orgoglio per l’opera non sempre li liberano dall’esasperazione carceraria. Arrivano a scontrarsi l’uno con l’altro, mettendo in pericolo lo spettacolo.
Arriva il desiderato e temuto giorno della prima. Il pubblico è numeroso e eterogeneo: detenuti, studenti, attori, registi.
Giulio Cesare torna a vivere, ma questa volta sul palcoscenico di un carcere. È un successo.
I detenuti tornano nelle celle. Anche “Cassio”, uno dei protagonisti, uno dei più bravi. Sono molti anni che è entrato in carcere, ma stanotte la cella gli appare diversa, ostile. Resta immobile. Poi si volta, cerca l’occhio della macchina da presa. Ci dice: ” da quando ho conosciuto l’arte questa cella è diventata una prigione”.

Prodotto da Kaos Cinematografica
Distribuito da Sacher Distribuzione

 

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Aggiornamento del 18 febbraio 2012

Il film si è aggiudicato l’ Orso d’oro al 62esimo Festival Internazionale del Cinema di Berlino.
Qui un’intervista dopo la vittoria e la dedica di Paolo Taviani, tratta da corriere.it


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