Cosa bolle in pentola?

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Cosa bolle in pentola?

ATTO PRIMO

“Quando sogni da solo è solo un sogno. Quando sogniamo insieme è l’inizio della realtà”
(canto brasiliano).

Mi preparo ad andare a letto.
In bocca il sapore amaro dell’ultimo TG. La crisi economica, la crisi politica: la società in crisi. Mi sento sotto pelle il senso di vuoto. Anzi, la mancanza di senso.
Precarietà, sfiducia diffusa, insicurezza.
La dimensione sociale della crisi contagia la dimensione personale.
Ho bisogno di innamorarmi di un’idea. Ho bisogno di fare qualcosa.
Mi laverò i denti per togliermi il sapore amaro di bocca.
Al solito perdo il controllo del tubetto; 2 cm. di dentifricio sullo spazzolino!
Mi chiedo come faccia Lidia ogni mattina con la sua protesi al braccio.
Perché non gliel’ho mai chiesto?
Sdraiata sul letto con gli occhi spalancati conto i pensieri come fossero pecore.


ATTO SECONDO

“Se lo puoi sognare lo puoi anche fare” (Walt Disney)

Ingrediente n. 1
Massimo Banzi,  dedica il nome della “sua” creatura a un bar di Ivrea più che al celebre re. Arduino è una piattaforma “open” di prototipazione elettronica basata su hardware e software flessibili e facili da usare. Nell’epoca che si appresta a venire, quella dell’ “Internet delle cose”, Arduino promette di giocare un ruolo importante, poiché creare “oggetti interattivi” con Arduino è relativamente semplice oltre che “open”.
A Firenze, i fratelli Cantini con il nonno artigiano, il papà idraulico e i cugini Chiara, Paolo e Leonardo hanno aperto una delle aziende di famiglia più innovative degli ultimi anni. Producono stampanti 3D. Con Arduino. Lo stesso hanno fatto i ragazzi Newyorkesi di MakerBot. La stampa 3D è ora alla portata di tutti e permette di avere una riproduzione reale di qualsiasi modello 3D.
Come realizzare un modello 3D? Esistono in rete software, condivisi e gratuiti, che consentono di progettare quello che si desidera: un portachiavi o un joystick per un ragazzo con problemi motori.
Non ci sono solo le stampanti. Grazie ad Arduino sono nate “macchine” che consentono la produzione di oggetti. Stiamo parlando di frese, macchine da taglio, macchine da cucire che consentono una produzione più semplice…
Intorno ad Arduino, alle macchine e ai software sono nate singole comunità di conoscenza, in cui è possibile scambiare opinioni e strategie sulle progettazioni.
Sono in definitiva comunità di autoapprendimento a cui partecipano i giovani (l’idea) e gli anzianotti della materia (il saper fare).

Ingrediente n. 2
Il Techshop è un luogo di condivisione del lavoro: frese e torni, stazioni di saldatura e taglio dei metalli, trapani e seghe a nastro, utensili a mano, impianti di fabbricazione, taglio laser, tubi di metallo e macchine piegatrici, stampanti 3D.
Basta associarsi e acquistare un pacchetto ore di utilizzo degli strumenti e delle postazioni. Un esempio di coworking in cui si ha accesso a tutti gli strumenti necessari (comprensivo di assicurazione) per realizzare i propri progetti.
Nella Tool Lending di Berkeley, sezione della biblioteca locale, è attivo un servizio che permette di prendere in prestito strumenti, attrezzature, manuali o materiali didattici sul “fai da te” gratuitamente.
Il FabLab è uno spazio in cui tutti posso (co)progettare e realizzare i loro oggetti, esattamente come li vogliono. Ci sono degli strumenti e soprattutto ci sono persone e idee. E’ un luogo di cultura condivisa e di autoapprendimento gratuito. Sperimentare, divertirsi e non aver paura di osare!

Ingrediente n.3
Trade School è una realtà che crea corsi autorganizzati basati sul baratto. Il progetto nasce a New York da un gruppo di ragazzi e ragazze che ha deciso di intraprendere questa strada nel 2010. Il progetto pilota è partito con una raccolta fondi attraverso Kickstarter. L’obiettivo è la condivisione del sapere e del “saper fare”: trasmettere conoscenze e maturare competenze. Questa è la frase con cui si presenta la Trade School di Milano, un’esperienza della Trade School partita nel maggio 2011.
Nel 1998 Andrea Segrè conduce una ricerca all’interno della Facoltà di Agraria dell’Università di Bologna. Il progetto quantifica gli sprechi alimentari e ne promuove il “riutilizzo”. Nel 2000 nasce il last minute market, il sistema di riuso di beni invenduti dalla GDO. Oggi LMM opera anche con prodotti non alimentari.

 

ATTO TERZO

“La solita zuppa?” (Anna – 7 anni)

Prendete i tre ingredienti presentati e impastateli.
Unite il virtuosismo dell’open source, aggiungete una cucchiaiata di ridistribuzione e riuso di saperi e oggetti, mescolate il tutto con il processo di democratizzazione della produzione e infine spolverate un bel po’ di proprietà condivisa di conoscenza e cose.

Questa è la ricetta.
Vogliamo un luogo che cittadini e cittadine di ogni età possano “frequentare” per produrre e progettare. Stiamo parlando di un luogo che è un po’ un laboratorio, un po’ un’officina, un po’ una biblioteca di utensili e strumenti, un po’ una scuola. Sicuramente un luogo di ideazione e socializzazione.
Un luogo del “fare” in cui strumenti innovativi e attrezzi tradizionali convivono. Un luogo di “formazione” in cui nuove competenze e remoti saperi si fondono. Un luogo di “ricerca” in cui potenziali idee e consolidate funzioni si contagiano.
Uno spazio in cui ciascuno diventa portatore/ricettore di sapere, di bisogni e di lavoro.

Cosa c’è di nuovo in questo?

IL PROCESSO – Si torna all’arte del “fare” che si alimenta grazie a ciò che si “tramanda”. La condivisione è alla base dei processi di innovazione. Nasceranno “nuove idee” perché si metteranno insieme l’intelligenza funzionale (es. la casalinga), il sapere pratico (es. l’artigiano), il gusto estetico (es. la designer), la sensibilità sociale (es. l’assistente sociale), le competenze tecnologiche (es. gli studenti), l’arte (es. il compositore) ecc. La “formazione” così intesa è il cuore del processo. Inoltre chiunque potrà produrre o costruire un bene. Cambia il processo di ideazione e il modello di produzione, impattando sulla filiera.

IL PRODOTTO – E’ un bene altamente individualizzato, perfetto per rispondere a persone con specifici bisogni. E’ una risposta efficace per il benessere collettivo e individuale (produzione di oggetti unici per migliorare la vita di persone disabili e anziani e chiunque abbia una non autosufficienza temporanea ma anche produzione di orecchini). Il prodotto è costruito collettivamente per rispondere -anche- a un bisogno specifico. Come nei  “concorsi di idee”, aperti a tutti per costruire prodotti che migliorano il benessere. Immaginiamo a titolo di esempio un “concorso di idee” per la disabilità, per l’infanzia, per i lavori domestici, ecc. Condividere i problemi dei singoli, farsene carico e cercare insieme soluzioni è uno strumento per costruire coesione, empatia (oltre che per diminuire il digital divide di genere ed età).

IL RISULTATO – Le ricadute che vediamo hanno un forte impatto economico e sociale. Dal punto di vista economico creano occupazione (quella della produzione singola in 3D e della commercializzazione via web, sono ormai modelli consolidati e in sviluppo, ma è un modello che serve anche agli artigiani per ripensare il proprio operato e per i giovani per formarsi ad una nuova professione) e incentivano il risparmio (autoproduzione, affitto vs acquisto). Dal punto di vista sociale modificano gli stili di vita e le prassi di relazione (riscoperta della socialità, scambio tra generazioni, rafforzamento della reciprocità ed empatia). Infine c’è una ricaduta culturale: la condivisione in fase di progettazione, la promozione della cultura dello scambio, la contrapposizione al consumismo (il riciclo e la riparazione), la sensibilità ecologica. Non da ultimo questo modello ha anche un impatto positivo sugli individui: favorisce l’empowerment (tutti sono portatori di saperi) e il benessere (produco/modifico/aggiusto ciò che mi serve… e spendo meno).

Ecco un progetto con grande impatto sulla coesione territoriale, sui modelli di condivisione di spazi, strumenti, cose e saperi e per il riutilizzo e la valorizzazione attraverso la ridistribuzione.
Ora l’impasto deve lievitare. Ci vuole calore.

 

ATTO QUARTO

“Usa l’imbuto quando travasi l’acetone da una bottiglia grande a una più piccola”
(Kary Mullis)

I modelli di riferimento sono crollati: il modello economico, sociale e politico. In questa “modernità liquida”, fatta di cambiamenti, incertezze, discontinuità gli individui e le relazioni tra individui si stanno trasformando.

Come sto? Sto male
L’individuo è minato nella sua autostima. Siamo quello che facciamo e sappiamo fare sempre meno.

Come mi sento con gli altri? Solo
L’accettazione è ancora legata ai consumi, passa cioè da ciò che si ha e non da ciò che si è.

Come mi relaziono con gli altri? Passo le sere a chattare o a guardare la Tv. Non esco mai.
Le nuove appartenenze, il nuovo senso di comunità avvicina il lontano e allontana il vicino.

Di cosa abbiamo bisogno? Di innamorarci ancora
La carenza di ascolto, di fiducia e di condivisione ci impedisce di amare e vivere un’idea o una persona…

Riprendere la propria vita in mano imparando a costruire e a fare quello per cui solitamente paghiamo. Il senso è nell’acquisizione, anzi nella riappropriazione delle competenze della comunità.
Saper fare con le proprie mani, costruire qualcosa. Il vedere quello che abbiamo fatto. Queste sono spinte emotive forti per ricominciare in un momento come questo.
Costruire e aprire un luogo come questo che vi abbiamo descritto è un’impresa. Non un’impresa titanica. Un’impresa sociale, un nodo di un network in cui è l’intelligenza e il fare collettivo a contare più della somma dei singoli che vi partecipano.
Intravediamo una funzione “politica” e “pubblica” di questo progetto e riteniamo che debba essere implementato attraverso soggetti sensibili ai temi sociali, culturali oltre che economici, capaci di vederne le potenzialità per un benessere condiviso.

Noi ci stiamo lavorando…


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Dalle Clubhouse alla Parade

Nel 1948 a Manhattan il Dr. John Beard e alcuni ex-pazienti psichiatrici provenienti dal vicino Rockland State Hospital sperimentano un modello di riabilitazione psichiatrica denominato “Clubhouse”.

Il modello consiste nella costruzione di una comunità composta sia da persone che soffrono di disturbi psichici sia da personale generico.

Le Clubhouse sono strutture diurne, non sanitarie, gestite con la formula del club, in cui i soci lavorano all’interno delle varie unità organizzative.
Tutte le attività sono finalizzate al recupero del ritmo di vita e della sicurezza; vengono sviluppate capacità sociali e abilità specifiche al fine di accrescere l’autonomia della persona e, quando possibile, affrontare un lavoro in azienda.

I partecipanti non sono pazienti ma soci: lavorano per rinforzare i propri punti di forza. Non vi sono programmi terapeutici, che devono essere assicurati da professionisti esterni. I soci sono responsabili del Club e lavorano fianco a fianco nella gestione quotidiana della Clubhouse, supportati da un ristretto numero di persone di staff.

Non vi sono spazi o tempi riservati solo ai soci o solo allo staff. La frequenza è libera e gratuita; l’iscrizione non ha scadenza.

Club Itaca

La Fountain House di New York è stata la prima Clubhouse al mondo. La prima Clubhouse in Italia viene aperta nel 2005 a Milano col nome di “Club Itaca”. Il Club viene realizzato secondo il modello elaborato da ICCD International Center for Clubhouse Developement -, organismo che coordina più di 300 centri in tutto il mondo, di cui più di 80 nel Nord Europa. Il modello di riabilitazione Clubhouse viene regolato attraverso Standard Internazionali concordati consensualmente dalla comunità mondiale delle clubhouse. Ogni due anni la comunità mondiale delle clubhouse riesamina, ed eventualmente modifica, questi standard. Gli standard servono anche come “carta dei diritti” per i soci e come codice etico per il personale.

A livello internazionale i programmi di intervento ad oggi pensati all’interno del modello clubhouse sono:

•       Addestramento professionale formativo quotidiano (Prevocational Day Program)

•       Programma di lavoro transitorio (Transitional Employment Program)

•       Attività di socializzazione e ricreative serali e di fine settimana

•       Programma appartamento

•       Programma reach-out

•       “Negozietto” (Thrift Shop)

•       Notiziario della clubhouse

•       Cure, consulenza psichiatrica e sanitaria

•       Evaluation e verifica

Ångestparaden: uscire.

Nel 2011 la Clubhouse di Stoccolma ha organizzato la prima parade dell’ansia: per la prima volta al mondo è stata organizzata una dimostrazione pubblica per far uscire dalle case la “malattia mentale”.  Non un gesto simbolico, un’azione reale e visibile sostenuta dalle Clubhouse di tutto il mondo.

Vai al sito dell’ ICCD International Center for Clubhouse Developement

Vai al sito di Club Itaca


Chi ha paura di Hivo?

Turning the tide together, Invertire insieme la marea, è lo slogan scelto dalla XIX Conferenza internazionale sull’Aids che si tiene in questi giorni a Washington (dal 22 al 27 luglio 2012).

Decisori politici, società civile e ricercatori si incontrano per fare il punto sulla ricerca e sulla lotta all’HIV e per definire i prossimi passi da compiere per invertire la diffusione del virus e garantire l’accesso alla terapia antiretrovirale salvavita anche a coloro che vivono nei paesi meno sviluppati.

ALCUNI DATI

Secondo il rapporto pubblicato pochi giorni fa da UNAIDS, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di AIDS, nel 2011 erano 34,2 milioni le persone sieropositive nel mondo e il 69% nella sola Africa subsahariana.

L’incidenza dell’Hiv a livello globale è in calo e l’accesso alla terapia antiretrovirale si sta espandendo. Si stima che 8 milioni di persone sieropositive che vivono nei paesi più poveri abbiano accesso ai farmaci salvavita, nel 2004 erano soltanto 700.000. Sono quasi 7 milioni, tuttavia, le persone che non ne possono beneficiare e la stabilizzazione della pandemia non è ancora consolidata: per ogni persona che inizia la terapia antiretrovirale ve ne sono due che contraggono l’Hiv.

E’ fondamentale, pertanto, non abbassare la guardia e continuare a investire risorse per contrastare l’Aids; un calo dell’impegno finanziario metterà a rischio i risultati raggiunti finora.

Aumentano purtroppo le resistenze ai farmaci contro il virus dell’Hiv, soprattutto nei paesi dell’Africa sub-sahariana.
L’allarme viene da uno studio pubblicato su Lancet firmato dai ricercatori Silvia Bertagnolio, dell’Organizzazione mondiale della Sanità, e Gupta Ravindra, dell’University College of London, mentre a Washington si è aperta la conferenza internazionale sull’Aids per fare il punto sulla pandemia.
Negli ultimi dieci anni l’aumento più rapido della resistenza ai farmaci si è verificato in Africa orientale, con un tasso del 29 per cento annuo, mentre in Africa meridionale è stato del 14 per cento, scrivono i ricercatori. In Gran Bretagna e negli Usa è stato invece attorno al 10 per cento.
La ricerca è stata condotta su 26.000 persone sieropositive e diffonde un dato preoccupante: “Senza un adeguato rafforzamento degli sforzi nazionali e internazionali – avvertono gli scienziati – l’aumento della resistenza ai farmaci anti-Hiv potrebbe mettere a repentaglio il decennale sforzo fatto nei Paesi in via di sviluppo per far diminuire il numero dei decessi dovuti all’Aids e alle malattie correlate”.

Secondo i due ricercatori, che hanno sottolineato come in America Latina non si sia verificato nessun cambiamento nell’efficacia delle cure, una causa potrebbe essere la superficialità e la poca attenzione dei pazienti nel seguire le indicazioni mediche.

L’Italia arriva all’appuntamento con il peso di un debito di 260 milioni di euro nei confronti del Fondo Globale per la Lotta contro l’Aids, la Tubercolosi e la Malaria, aggravato da una totale mancanza di strategia per fronteggiare la pandemia nei paesi più poveri. L’impegno del nostro Paese per sconfiggere l’Aids si è infatti praticamente azzerato da quando, nel 2009, non è stato più finanziato il Fondo Globale e da allora non sono stati individuati canali alternativi.

La fotografia che esce dal “Country Report” biennale appena inviato dal ministero della Salute all’UNAIDS è quella di un’unica spesa di prevenzione indirizzata alla “comunicazione”, che in Italia è stata complessivamente, nel 2011, di 180 mila euro.

In Germania per la prevenzione nel 2011 si sono spesi 29 milioni di euro (17 stanziati dal ministero della Salute e 12 dagli Stati federali). Per la Spagna la spesa complessiva da parte del governo è stata di circa 15 milioni di euro, altrettanto è stato stanziato dalle Comunità autonome. In Svizzera la sola Confederazione (Cantoni e Comuni esclusi) investe ogni anno circa 10 milioni di euro.

Eppure in Italia una fetta della spesa sanitaria, circa mezzo miliardo di euro (per l’esattezza 470 milioni), se ne va ogni anno solo per i farmaci antiretrovirali, per un’infezione che può essere evitata. Un calcolo che non tiene conto dei costi sociali e umani, e neppure dei costi legati alle cure necessarie per le patologie opportunistiche che possono colpire le persone sieropositive.

Chi è Hivo?

Hivo è il protagonista di una delle poche campagne di prevenzione italiane. E’ secondo noi particolarmente significativa. L’ha realizzata NPS Italia Onlus (Network persone sieropositive), un’associazione con sede a Milano. E’ di quest’anno. La campagna consiste in sei video di meno di un minuto ciascuno. Qui sotto il primo episodio.

Guarda tutti gli episodi

Tra gli obiettivi dell’associazione:

  • Garantire informazioni sulle terapie e i loro effetti collaterali.
  • Battersi per l’uniformità di trattamento dei malati, per superare le disuguaglianze proprie del Federalismo Sanitario, sviluppando una rete collaborativa a livello regionale, nazionale ed internazionale con altre associazioni ed istituzioni, nell’interesse comune del “ diritto alla salute ”
  • Tutelare le persone Hiv+ attraverso l’informazione e la sensibilizzazione, cercando di agevolare la comunicazione con i medici con il fine ultimo di  abbattere le barriere che sono ancora presenti intorno a questa patologia.
  • Aggiornare sulle nuove terapie prodotte dalle aziende farmaceutiche.
  • Garantire un servizio di consulenza Legale e Medica.
  • Ridurre discriminazione e tutelare le persone HIV+ in ambito lavorativo.
  • Organizzare campagne di sensibilizzazione e prevenzione in luoghi di aggregazione, con particolare riferimento alla realtà carceraria, scolastica e di svago.

Vai al sito dell’NPS Italia Onlus


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