Dementia Friendly Communities

Dementia Friendly Communities

Un caso di demenza ogni 3 secondi nel mondo; 46,8 milioni le persone affette da demenza con una previsione di raddoppio ogni 20 anni.
E in Italia? Parliamo di 1.241.000 persone con demenza, che diventeranno 2.272.000 nel 2050.
In assenza di cure efficaci si stanno adottando diverse soluzioni creative per migliorare la qualità della vita dei malati e delle loro famiglie. In diversi Paesi (UK, Germania, Belgio, Danimarca, Olanda, Canada, Giappone, India, Australia) si sono adottati ormai da molti anni soluzioni creative quali le “Dementia Friendly Communities”.
In che cosa consiste? Si tratta di sensibilizzare i cittadini e trasformare quartieri o piccoli comuni in comunità accoglienti verso le persone affette da demenza. Dal giornalaio al panettiere, dal bibliotecario al vigile urbano, tutti saranno capaci di riconoscere un malato di Alzheimer, di trattarlo con umanità e di aiutarlo se ha bisogno.
In Italia la prima sperimentazione, promossa dalla Federazione Alzheimer Italia, è partita nel Comune di Abbiategrasso, alle porte di Milano.
Il Comune è stato prescelto per avviare il progetto pilota sia per le sue dimensioni (31.000 abitanti) sia per il tessuto sociale e le reti di solidarietà già presenti sul territorio.

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lI Progetto è stato inserito a livello comunale nell’ambito delle Politiche dei Tempi Urbani con l’obiettivo di accrescere la conoscenza della malattia come strumento per ridurre l’emarginazione ed il pregiudizio sociale nei confronti delle persone con demenza e dei loro famigliari e, in questo modo, consentir loro di continuare a partecipare alla vita attiva della Comunità. Esercenti, commercianti, addetti al front office degli uffici pubblici e privati, le forze dell’ordine, nonché le associazioni di volontariato e quelle di carattere culturale/ ricreativo sono coinvolte in un’attività di formazione ed informazione, con la finalità di costruire una rete di persone consapevoli in grado di rispondere ai bisogni dei malati e delle loro famiglie e in tal modo, migliorarne la qualità di vita. Rafforzare la presa in carico comunitario significa non lasciare nessuno solo ad affrontare la propria sofferenza e permettere alle persone affette da demenza di continuare a vivere una vita piena.


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Bene Comune

Da qualche anno la Cooperativa sociale Articolo 4 è protagonista di una buona pratica torinese.
Per mettere in pratica l’art 4 della nostra Costituzione la cooperativa da qualche anno sostiene attività commerciali (una gelateria, un ristorante a “impatto zero”, un panificio biologico) attivando misure di Azionariato Popolare Cooperativo.
Si tratta di un modello di finanziamento collettivo poco diffuso in Italia ma molto praticato in Sud America. Attraverso la sottoscrizione di un contratto di associazione i partecipazione, ogni socio azionista versa una cifra compresa tra 250 e 1.000 euro e viene coinvolto direttamente nella gestione:  ottiene sconti, agevolazioni e utili, ma soprattutto partecipa ai consigli di amministrazione, dando il suo contributo di idee. L’obiettivo della cooperativa è costruire occasioni di lavoro sostenendo i diritti dei lavoratori e promuovendo un impatto positivo sulla città anche a livello sociale.

Art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

La cooperativa ha anche adottato un nuovo modello di bilancio, il Bilancio di Bene Comune, che misura l’impatto sociale, ambientale ed etico dell’attività e con controlli trimestrali dell’andamento dell’investimento. Gli utili vengono distribuiti solo in quota parte, la restante viene reinvestita in ragione della volontà degli “azionisti” (che possono andare da nuove panchine per il quartiere, alla costruzione di un pozzo in Senegal, all’acquisto di un nuovo frigo per la gelateria)
In tutti i punti vendita si servono prodotti biologici e a km zero, e vengono organizzati diversi eventi, tutti con un occhio di riguardo per la dimensione sociale del business: al ristorante la Vetreria, per esempio (ricavato da una vecchia fabbrica di vetro), oltre a mostre, inaugurazioni, dibattiti, il lunedì è l’appuntamento fisso con una “Cena dei cretini”, in cui ogni commensale alla fine decide da sé quanto pagare, in base alla soddisfazione che ha avuto nella cena stessa.  Ad oggi sono collocati 20 soci nella gelateria e 35 nel ristorante. La panetteria è stata avviata a settembre.
Quello della cooperativa Articolo 4 è un modello di business non solo “alternativo” nel senso sociale del termine ma anche perché costituisce una alternativa ai tradizionali canali di finanziamento tramite banche o soci di maggioranza.


Social Impact Bond

Da qualche anno seguiamo con interesse il tema dei modelli pay-for-success  e l’utilizzo di strumenti quali i “social impact bonds” e gli “human capital performance bonds”.
Sintetizziamo qui la sperimentazione di un “nuovo” social impact bond  raccontata da Paul Sullivan sul NYT.
Ogni due anni a Richmond, una cittadina californiana abitata da circa 100.000 persone, i cittadini si incontrano per discutere le priorità che la comunità ritiene di dover affrontare.

Per anni la priorità stabilita dall’assembla cittadina risultava essere la “criminalità” ma nell’incontro del settembre 2014, la preoccupazione si è indirizzata verso il “degrado urbano” perché “determina un impatto negativo per la comunità in termini di sicurezza, benessere e economia”.  Le proprietà abbandonate o lasciate in stato di rovina “incidono sul valore collettivo delle abitazioni circostanti: hanno un impatto negativo sulla morale, costano migliaia di dollari al dipartimento di polizia e mina il valore del mercato immobiliare”.
La Richmond Community Foundation, in partnership con la città di Richmond, decide di realizzare un programma di social impact bond per affrontare direttamente il problema.
L’idea è che l’amministrazione cittadina “venda” social impact bonds a investitori privati (stakeholder locali) allo scopo di raccogliere somme che la Fondazione utilizzerà per acquistare le case abbandonate o pignorate e riportarle ad uno stato “marketable”.
I lavoratori locali (ulteriore vantaggio indiretto) hanno l’incarico di ristrutturare e “riabilitare” gli immobili che vengono poi venduti a persone che intendono trasferirsi nelle abitazioni (per evitare il rischio speculativo la vendita viene gestita in partnership con la SparkPoint, un centro di educazione finanziaria di Richmond, che ha lo scopo di aiutare i propri “clienti” a basso reddito ad affrontare situazioni di crisi finanziaria).
In questo modo i social impact bonds sono ripagati esclusivamente attraverso i proventi generati dal programma di ristrutturazione e vendita degli immobili, senza alcuna responsabilità finanziaria per l’amministrazione cittadina.
Normalmente il social impact bond viene utilizzato per attività a finalità sociale, come l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, e si basa sulla possibilità di remunerare il capitale investito attraverso la capacità di generare risparmi futuri per le casse pubbliche.
Questo progetto di social impact bond californiano invece non poggia sulla quantificazione dei certi ma poco tangibili benefici sociali che ritiene di generare, quanto piuttosto sul fatto che gli investitori saranno ripagati mediante i profitti realizzati dalla vendita delle abitazioni.
Questa esperienza dimostra che i social impact bonds sono strumenti utili se si intende lo sviluppo sociale come qualcosa che richiede una visione olistica delle forze e degli attori presenti nella società: stato, mercato, filantropia, terzo settore e società civile.

Per approfondimenti:

http://www.richmondcf.org/downloads/Social_Impact_Bonds_Article_Final_2.pdf

http://payforsuccess.org/pay-success-deals-united-states


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